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ACT nello sport

Nello sport, come nella vita di tutti i giorni, sono tanti i momenti in cui ansia, tristezza, rabbia o altre emozioni che per alcuni di noi possono essere dolorose fanno capolino, spesso distraendoci dall’attività che stavamo svolgendo.

La maggior parte delle volte cerchiamo di fare di tutto per reprimere quell’esperienza dolorosa, proviamo a non pensarci, ma spesso ci critichiamo perché le abbiamo riprovate per l’ennesima volta senza successo.

Parlavamo di sport e gli esempi a riguardo che possiamo fare sono innumerevoli, basti pensare al tennista che ricerca in tutti i modi la perfezione nel suo gioco con il fine di non sentirsi “un fallimento” e che quando avverte l’ansia prima di una partita cerca in tutti i modi di reprimerla perché “solo un fallito soffre d’ansia”.

Qual è il problema? È che cercare di soffocare le emozioni, o dirsi continuamente “non devo pensarci, non devo pensarci!” purtroppo non fa altro che incrementare quell’emozione negativa, così come i pensieri negativi.

Eh sì, è un paradosso ben noto in psicologia sperimentale: ecco, e se adesso vi chiedessi di non pensare assolutamente, neanche per un momento, agli orsi bianchi, cosa vi viene in mente…? Naturalmente compaiono subito alla mente delle immagini di orsi bianchi!

Da questo esempio possiamo notare come pensieri “sono un fallimento” o emozioni d’ansia vengono gestiti dal tennista attraverso una serie di strategie che hanno lo scopo, per la persona, di “scacciare” dalla mente le emozioni e i pensieri negativi, ma che altro non fanno se non mantenere e rinforzare il problema. Il risultato? Una serie di circoli viziosi tra ansia, tristezza, rabbia, pensieri di fallimento e preoccupazioni per il futuro!

Per non pensare poi che rimanere incastrati in questi circoli viziosi significa anche non avere la possibilità di pensare a quelli che veramente sono i nostri obiettivi nella vita, tanto siamo impegnati a scappare da quei temi così dolorosi: se il nostro tennista cerca ossessivamente di essere perfetto, non sbagliare mai, non avere mai ansia, alla fine smette di divertirsi, e forse non si ricorda più neanche perché giochi a tennis e se quello sia davvero un aspetto importante della sua vita oppure no.

In virtù di questo piccolo esempio potremmo pensare a come il lavoro con quel tennista, che potrebbe arrivare in studio proprio per una problematica d’ansia, dovrebbe essere focalizzato nel cercar di capire cosa stia cercando di evitare, quali costi paghi per queste “fughe” e in che modo i suoi tentativi di gestire i propri problemi, paradossalmente, li peggiorino. Ma soprattutto si potranno chiarire cosa questa persona davvero desideri, che tipo di vita voglia vivere, per poterlo accompagnare nell’affascinante percorso di riprendere in mano la propria vita, perseguire i propri obiettivi, essere guidati dai propri valori, accettando le difficoltà che tutto questo comporta.  

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