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Un colpevole o tanti colpevoli?

In questi giorni in televisione passa spesso l’immagine di uno dei più terribili dittatori del ventesimo secolo. Ratko Mladic fu il generale a capo dell’esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina durante l’agghiacciante guerra nella ormai ex Jugoslavia. Si sta infatti svolgendo presso il Tribunale penale internazionale dell’Aia il processo contro di lui accusato di essere il creatore dell’orrore di Srebenica, una delle pagine più sconvolgenti della storia contemporanea.

 

In quelli anni io andavo ancora al liceo, avevo poco chiaro cosa voler fare della mia vita, ma ricordo con precisione i due conflitti che segnarono quel periodo. Da una parte la guerra del Golfo e dall’altra quello scontro tribale nella ora ex Jugoslavia, a pochi chilometri di distanza. Erano all’ordine del giorno i notiziari in cui annunciavano gli attacchi e spesso a scuola riflettevamo dei cambiamenti che questi avrebbero portato nel mondo e nel nostro futuro.

Non voglio ora analizzare le cause o come si svolsero ma condividere una sensazione che mi ha accompagnato in quelli anni in forma molto sfumata e che poi ho ripreso in quest’ultimo periodo cercando di capire, o perlomeno provando a rifletterci un po’ sopra, come noi percepivamo quei due drammatici eventi.

Quando guardavamo i notiziari sulla Guerra del Golfo avevo come l’impressione che fosse un conflitto estremamente seguito, tutti ne parlavamo, ci incuriosiva e le tavole rotonde per analizzare le responsabilità di Saddam Hussein erano all’ordine del giorno. Proprio questa figura focalizzava su di sé l’attenzione della stampa mondiale di fatto identificandolo come “il cattivo” e delegando alle truppe alleate il ruolo di “buoni”. Questo rendeva il conflitto mediaticamente molto seguibile. Ora mi verrebbe da dire che grazie a quel costrutto riuscivamo a leggere quell’evento orientandoci dentro di esso.

Ogni volta finivo di vedere una trasmissione con la percezione di essere assolutamente “dentro” il conflitto che di fatto lo rendeva facilmente seguibile. Questa sensazione però non l’avevo per quel che riguardava ciò che accadeva nella ex Jugoslavia, quella che in linea teorica mi avrebbe dovuto coinvolgere di più per la vicinanza e per le conseguenze che avrebbero colpito anche il nostro paese. Ricordo, quello si, un senso di estrema confusione verso quei territori. Non riuscivo, ora a distanza di anni provandoci a riflettere sopra, a rappresentarmi dei ruoli e di conseguenza una bussola per poter riuscire ad orientarmi all’interno del conflitto. Non vi era un “cattivo” ma vi erano “tanti cattivi”, non vi era un “buono”  ma tanti “buoni”. Non potendo leggere la realtà attraverso un costrutto, perché quella realtà era troppo caotica per poterla differenziare, non riuscivo e forse non riuscivamo di fatto a capirla.

Le situazioni con cui ci confrontiamo sono spesso simili alla  ex Jugoslavia senza un solo buono e un solo cattivo: sono più complesse e che la tentazione di semplificare per orientarsi è sempre presente ma non utile.

 

 

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